Ecocidio

Per mezzo secolo è rimasta una parola sospesa, priva però di una definizione stringente. "Ecocidio" entra nel lessico pubblico negli anni Settanta grazie al biologo Arthur Galston.

La parola "ecocidio" viene poi rilanciata dal primo ministro svedese Olof Palme alle Nazioni Unite. Ma da allora non ha mai trovato un posto stabile nei codici penali. Negli ultimi anni, però, la discussione si riaccende. La crisi climatica e le evidenze sul legame tra ambiente e conflitti spingono a cercare strumenti nuovi.

La proposta più avanzata arriva nel 2021: inserire l’ecocidio nello Statuto della Corte penale internazionale, accanto ai crimini di guerra, contro l’umanità e al genocidio. La definizione è volutamente operativa: una serie di atti illegali o arbitrari compiuti nella consapevolezza di poter causare danni gravi, diffusi o duraturi agli ecosistemi.

Dentro questa formula c’è il tentativo di tenere insieme più dimensioni: la sproporzione tra danno e benefici, l’estensione degli impatti oltre i confini locali, la loro durata nel tempo. Ma soprattutto c’è uno spostamento di prospettiva: l’ambiente non più solo come sfondo delle attività umane, ma come soggetto di tutela. È qui, forse, la vera posta in gioco.

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Gaza

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Produrre cibo, utilizzare acqua, respirare aria salubre sarà molto difficile per chiunque abiterà la Striscia. Ecco perché si parla di ecocidio
Tola E.
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